"Orfana di mia figlia" di Morena Fanti
Recensione
Non è un diario ma un mezzo, quasi un ponte levatoio che ancora congiunge le due parti per superare il fossato della morte.
Non si può commentare o prefazionare il dolore, poiché "il dolore è", quasi parafrasando, "l’essere è" di Parmenide. E allora non resta che accompagnare, scorrendo i giorni per un intero anno, la metamorfosi di un’anima che, annullatasi la fisicità del vuoto che inghiottisce il tempo, è quella che rimane. Un’anima che, alla fine di un travagliato e impervio percorso, prende coscienza (dopo aver cercato una coscienza) di come non si possa rinunciare all’esistenza, poiché – e può sembrare retorico – anche "l’esistere è" se è la Natura ad esigerlo (il sole mi cerca, mi ama).
Morena Fanti, che impersona con liricità drammatica della maternità strappata con la violenza, passa dal rifiuto della realtà all’accettazione di essa. Ed è – lo ripetiamo – un cammino di consapevolezza, un progressivo avvicinarsi al "fatto che la non esistenza non è".
Consapevolezza, questa, che si concretizza quando decide di vuotare l’armadio della figlia, lasciandovi dentro un solo vestito: è quell’immaginifico ponte levatoio che si solleva fino a che le due sponde restano ormai distinte per sempre, seppure legate ancora dalla vista ricordo (il vestito). Una sponda che è infine una icona, un ricordo che s’acquieta in un sommesso dolore senza più grido.
Morena Fanti, nel suo "Orfana di mia figlia", ci ha stupito per la semplicità con cui ci descrive – incredibilmente senza ripetersi – il dolore. Per lei non è una astrazione questo ancestrale sentimento poiché lo sostanzia, ce lo fa quasi toccare con mano, è duro, roccioso, inscalfibile.
Ma il tempo, a dirla con Goethe, non rinuncia mai ai suoi diritti e uno tra questi è l’essere per definizione "Il Grande Frantoio" che macina i ricordi, lenisce le sofferenze, fino a plasmarli nel subconscio patinato dell’invisibile. È lui che ci dà e riesce a fornirci nuova linfa, tanto da alzare con gli argani dell’oblio quel ponte che separa l’oggi dal passato, permettendoci di guardare ancora alla vita.
Giuseppe Bagnasco

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